COME NACQUERO LE FAVOLE

Molto tempo fa, nella vasta savana dell’Africa, viveva un branco di elefanti. Li guidava un’elefantessa vecchia e saggia di nome Themba, che si prendeva cura di tutto il branco, dalle giovani madri ai cuccioli ancora incerti sulle zampe. Di giorno, gli elefanti passavano il tempo a esplorare il territorio in cerca di cibo. Afferravano i rami degli alberi con le proboscidi lunghe e forti, e si divertivano a fare le bolle nelle pozze d’acqua fangose. Ma all’imbrunire, quando il sole scendeva all’orizzonte, gli elefanti si riunivano sotto gli alti rami di un albero baobab… e chiedevano a Themba di raccontar loro una favola.
“Nonna!” dicevano i più piccoli. “Vogliamo una favola. Raccontaci qualche favola, per favore.”
E Themba ci pensava a lungo, dondolando la proboscide da un lato all’altro mentre si spremeva le meningi in cerca di una favola. Ma era tutto inutile. Non aveva niente da raccontare. Ascoltava il vento. Forse la brezza che faceva stormire le foglie del baobab cercava di raccontarle una favola? No, niente da fare …niente favole … niente magici racconti.
Così un bel giorno Themba si rivolse alla sorella minore, Sipho, e le disse di andare in cerca di favole. Salutando con un cenno della proboscide, Sipho si apprestò ad attraversare quelle terre sconfinate. Durante il viaggio, chiedeva a chiunque incontrasse di raccontarle una favola.
“Io ho centinaia di favole da raccontarti”, si vantò Nogwaja la lepre. “No, non centinaia, migliaia, anzi milioni!”, aggiunse saltellando su e giù.
“Oh, ti prego” la implorò Sipho, “dammene un po’, e ce le racconteremo di sera sotto gli alberi.”
“Ehmmmmm….” disse Nogwaja, torcendo i baffi. “Al momento non ho tempo per le favole. Non vedi quanto ho da fare?
“Che sciocca”, pensò Sipho, triste. “E’ ovvio che mente. Non ne ha di favole.”
Con un sospiro, Sipho si rimise in cammino. Si fece buio, ma l’elefantessa continuò a camminare, tastando il terreno con la proboscide. “C’è qualcuno che conosca delle favole?”, gridò nell’oscurità.
“Uuu, uuu, uuu!”, rispose un gufo. “Chiedilo all’aquila pescatrice. Lei vola più in alto e vede più lontano di tutti gli altri uccelli. Saprà dirti dove puoi trovare delle favole.”
Così Sipho seguì il fiume fino al mare, in cerca della grande aquila pescatrice. Finalmente la vide, mentre sorvolava l’acqua con un pesce che le si dibatteva tra gli artigli.
“Nkwazi!”, gridò Sipho tutta contenta, correndo verso la riva.
La prese talmente di sorpresa che l’aquila lasciò cadere il pesce, SPLASH!
L’aquila planò fino a raggiungere Sipho. “Cosa c’è di così importante da farmi perdere la cena?”, le chiese.
“Grande e saggia Nkwazi”, disse Sipho. “Il mio branco è assetato di favole. Sai dove posso trovarne?”
“Io sono molto saggia”, concordò l’aquila pescatrice. “Ma conosco solo le cose che accadono sulla terra. C’è una creatura che conosce i segreti dell’oceano. Forse ti può aiutare. Aspetta qui, vado a chiamarla.”
Sipho attese a lungo accanto alle onde impetuose, fino a quando un bel giorno l’aquila finalmente ritornò. “Amica mia, la tartaruga marina ti porterà in fondo all’oceano, fino al posto in cui potrai trovare delle favole”, le disse. E in quel momento, la grande tartaruga marina emerse dalle acque.
“Afferrami la coda con la punta della proboscide”, disse la tartaruga con una voce cavernosa. “Ti guiderò fino alla terra del Popolo degli Spiriti.” E così Sipho afferrò la coda della tartaruga e insieme scesero negli abissi marini.
L’elefantessa guardava affascinata i pesci dalle squame scintillanti che le scivolavano attorno. Attraversò a nuoto foreste di alghe, giù, sempre più giù, fino alla dimora del Popolo degli Spiriti. La tartaruga marina la portò subito al trono del re e della regina, e al loro cospetto Sipho fece un profondo inchino. “Che cosa vuoi da noi, creatura della terraferma?”, le chiesero.
Sipho raccontò loro del branco, di come al tramonto si ritrovassero tutti assieme ma non avessero favole da raccontarsi.
“Certo”, dissero il re e la regina. “Noi abbiamo molte favole. Ma cosa ci puoi dare in cambio?”
“Che cosa desiderate?”, chiese Sipho. “Vogliamo scoprire qualcosa della vita sulla terra”, risposero. E così Sipho iniziò a raccontare la storia della sua vita. Descrisse la gioia di rotolarsi nel fango, il sole accecante e i versi degli animali nel silenzio della notte.
“La possiedi già, l’arte di raccontare favole”, dissero il re e la regina. “Con le tue parole hai fatto un incantesimo e hai portato fin qui da noi un’immagine della vita al sole. In cambio ti doniamo questa conchiglia. Ogni volta che vorrai una favola, avvicinala all’orecchio e te ne racconterà una.”
“Grazie”, disse Sipho con un altro inchino. Poi risalì, su su su, fino ad arrivare alla luce e al suo mondo all’asciutto.
Quando raggiunse la riva, ripercorse tutti i chilometri che la separavano dal branco, seguendone le tracce a fiuto. E quella sera, sotto le alte fronde del baobab, tutti le dissero: “Raccontaci una favola, Sipho! Racconta!”
Allora Sipho portò la conchiglia all’orecchio e cominciò: “C’era una volta…” E così nacquero le favole.

Published in: on 11 giugno 2012 at 11:17  Lascia un commento  

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