Le particelle elementari – Michel Houellebecq

Per Annabelle, le cose erano assai diverse. Lei pensava a Michel la sera prima di addormentarsi, e al risveglio si rallegrava di ritrovarselo in mente. Quando durante una lezione le capitava qualcosa di divertente o di interessante, pensava subito al momento in cui glielo avrebbe raccontato. Nei giorni in cui, per una ragione qualsiasi, non potevano vedersi, si sentiva inquieta e triste. Durante le vacanze estive gli scriveva tutti i giorni. Anche se non se lo confessava apertamente, anche se le sue lettere non avevano niente di appassionato e piuttosto assomigliavano a quelle che avrebbe potuto scrivere a un fratello della sua stessa età, anche se questo sentimento che circondava la sua vita evocava un alone di dolcezza più che di passione sconvolgente, la realtà che si faceva progressivamente strada nella sua testa era la seguente: di primo acchito, senza averlo cercato, addirittura senza averlo realmente desiderato, si era trovata in presenza del grande amore.
Senza bellezza, una ragazza è infelice perché perde qualsiasi possibilità di essere amata. Non che qualcuno la prenda in giro o la tratti con crudeltà; piuttosto è come se fosse trasparente, non vi sono sguardi ad accompagnare i suoi passi. In sua presenza ci si sente a disagio, e si preferisce ignorarla.
Una vita tesa verso un obiettivo non lascia molto spazio ai ricordi.
È storico: esseri umani di questo tipo esistono. Esseri umani che lavorano tutta la vita, e lavorano duro, solo per abnegazione e per amore; che per spirito di abnegazione e di amore danno letteralmente la propria vita al prossimo; che tuttavia non hanno mai in alcun modo la sensazione di sacrificarsi; che in realtà non hanno mai immaginato maniera di vivere diversa da quella di dare la propria vita al prossimo per spirito di abnegazione e amore. In pratica, questi esseri umani sono generalmente delle donne.
Talvolta, pensò, le donne sono terribilmente gentili; all’aggressività rispondono con la comprensione, al cinismo con la dolcezza.
Trent’anni dopo, Michel non poteva che confermare la medesima conclusione: le femmine erano decisamente migliori dei maschi. Erano più affettuose, più amorevoli, più compassionevoli e più dolci; meno portate alla violenza, all’egoismo, all’affermazione di sé, alla crudeltà. Inoltre erano più giudiziose, più intelligenti e più lavoratrici. In fondo, si chiedeva Michel osservando i movimenti del sole sulla tenda, a che servono gli uomini? Poteva anche darsi che in epoche lontane, quando le fiere erano numerose, la virilità avesse interpretato un ruolo specifico e irrinunciabile; ma ormai da qualche secolo i maschi servivano poco più che a niente. Ingannavano il tempo giocando a tennis, il che era un male minore; ma poi cedevano alla fissazione che fosse utile far procedere la storia, cioè in pratica provocare rivoluzioni e guerre distruggevano il meglio del passato, obbligando ogni volta i popoli a fare tabula rasa per ricostruire. Così deviata dall’andamento lineare di un’ascensione progressiva, l’evoluzione umana finiva per adottare un andamento caotico, destrutturato, irregolare e violento. Di tutto ciò erano direttamente ed esclusivamente responsabili i maschi della specie, con il loro gusto del rischio e del gioco, la loro grottesca vanità, la loro irresponsabilità, la loro violenza innata. Un mondo composto di femmine sarebbe stato infinitamente superiore, sotto tutti i punti di vista; si sarebbe evoluto più lentamente ma con regolarità – senza ripiegamenti e senza nefasti ritorni al passato – verso uno stato di felicità comune.
Lo fissava con uno sguardo attento e tenero; i suoi occhi erano un po’ affaticati.
L’ennesima beffa, l’ultima e più sordida presa in giro da parte dell’esistenza. La nostra infelicità raggiunge il suo livello massimo solo quando intravediamo, sufficientemente prossima, la possibilità pratica della felicità.
L’humour non salva; l’humour non serve praticamente a niente. Uno può affrontare con humour tutti gli eventi della sua vita per anni, talvolta per anni e anni, in certi casi può adottare un atteggiamento umoristico fino alla fine; ciò non toglie che comunque la vita riesce a spezzargli il cuore. Quali che siano le caratteristiche di coraggio, di sangue freddo e di humour che uno può sviluppare durante la propria vita, si finisce sempre e comunque col cuore spezzato. E a quel punto si smette di ridere. Alla resa dei conti rimangono sempre e soltanto solitudine, freddo e silenzio. Alla resa dei conti non c’è altro che la morte.

 

DAL FILM

La verità è come una particella elementare, non è ulteriormente divisibile.

Si deve essere pronti ad andare lontani.

Published in: on 2 dicembre 2011 at 13:10  Comments (2)  

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